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I MISSI DOMINICI I triumviri correctores abbandoneranno la Grecia?

È più facile mettere insieme gli imperi che gestirli. Per conquistarli basta una campagna militare fortunata, per mantenerli nel tempo occorrono il soft power del consenso e dell’amministrazione e l’hard power della forza, che deve essere percepita come permanente e superiore……

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Alessandro Fugnoli – Kairos Partners SGR


A metà strada tra l’amministrazione ordinaria (che tende nel tempo a decentrarsi anche negli imperi più coesi) e l’intervento militare diretto (qualora sia necessario ripristinare il potere su una provincia ribelle) stanno istituti come l’ispezione, l’affiancamento e il commissariamento, attraverso i quali il potere imperiale cerca di raffermare la sua influenza e le sue prerogative.

Traiano istituisce all’uopo la figura del corrector, il commissario straordinario di nomina imperiale che va a correggere le distorsioni verificatesi a livello provinciale. Carlo Magno crea una rete di missi dominici che quando occorre vanno in coppia (un nobile e un ecclesiastico) a controllare la periferia. I missi sono potentissimi e nelle loro mani, stabilirà più tardi Lotario, deve giurare fedeltà all’imperatore anche il papa di Roma. Colpire un missus comporta la pena di morte. Barbarossa li ribattezzerà ministeriales e li sceglierà poveri e originari di regioni lontane da quelle ispezionate per evitare qualsiasi collusione o solidarietà di classe con la nobiltà locale.

I messi imperiali di oggi prendono il nome di troika. Affiancano, sorvegliano e guidano il potere locale delle province fiscalmente ribelli come la Grecia. Tsipras, se vincerà le elezioni, non caccerà i messi imperiali, ma se solo attuerà in parte il suo programma rischierà di provocarne la partenza. A quel punto, teoricamente, potrà verificarsi una crisi di fiducia tale da indurre molti greci, memori di quello che è successo a Cipro nel 2013, a prelevare i loro fondi dalle banche. Da lì in avanti la crisi potrà allargarsi in forme difficilmente prevedibili. In queste condizioni, il Quantitative easing europeo sui titoli sovrani (che includerebbe anche quelli della provincia ribelle) sarà molto difficile.

Benvenuti nel 2015, con un mese di anticipo. Il clima compiaciuto, sazio e decerebrato tipico delle fini d’anno normali (l’ultima a essere pensosa fu quella del 2008) lascia il posto al risveglio improvviso dell’ansia per l’anno che verrà, che si verifica di solito verso la fine di gennaio.

Sono ancora fresche di stampa le ponderose analisi annuali che le grandi case dedicano a fine novembre all’anno successivo. Trasudano ottimismo, serenità e fiducia. Parlano della buona crescita americana, delle banche centrali sorridenti, del Qe europeo e dell’ultima gradita sorpresa, il petrolio a metà prezzo. Tutto giusto, per carità, ma la distribuzione dei rischi presenta delle code decisamente sovrappeso che prima o poi, come minimo, ci metteranno paura.

La Grecia, dicevamo, è la prima. Per fortuna, affinché tutto vada a rotoli occorrerà una serie impressionante di circostanze negative e di errori. Dovrà avere sbagliato Samaras a fare i conti sulla maggioranza di 180 voti che dovrà eleggere il presidente greco il 29 dicembre. Le eventuali elezioni politiche che seguiranno a breve distanza dovranno dare la vittoria a Tsipras. Gli elettori dovranno fare prevalere la loro stanchezza per l’austerità rispetto alla paura di avere il loro conto corrente trasformato in azioni di una banca fallita. Tsipras, se eletto, dovrà evitare di cercarsi un partner di coalizione che gli dia l’alibi per rimangiarsi le promesse elettorali. Dovrà quindi governare da solo, alzare gli stipendi degli statali e assumerne qualche migliaio. La troika dovrà offendersi subito e andarsene corrucciata senza nemmeno provare a limitare i danni. Tsipras dovrà annunciare spavaldo un default che non gli servirebbe a niente, dal momento che il debito greco, quasi tutto con l’Unione Europea, ha un tasso molto basso e una scadenza molto lontana. L’Italia e la Francia dovranno schierarsi con Tsipras e accettare un attacco ai loro titoli pubblici e alle loro banche pur di potere fare finalmente una bella litigata con la Germania.

Dovrà insomma andare tutto storto. Ipotesi improbabile, ma tale da rovinare le giornate del 30 e del 31 ai gestori che saranno a sciare e che dovranno controllare da lontano il forte rialzo o la brusca discesa dei mercati proprio quando si fa la quota di fine anno.

L’altra coda grassa è il petrolio. Il celebre aforisma di Mae West, diva pop dei tempi suoi, per cui “il troppo di una cosa buona è splendido” è messo in discussione dai mercati e li preoccupa. Il petrolio scontato è buono, quello a metà prezzo li disturba. Quando accadde in passato fecero default, tra gli altri, il Messico, il Venezuela, la Russia e una moltitudine di banche texane.

A differenza della crisi europea, destinata a continuare in forme sempre nuove perché i paesi membri si sopportano sempre meno tra loro e trovano politicamente più fruttuoso criticarsi l’un l’altro che accordarsi, la crisi del petrolio non è strutturalmente preoccupante. Certo, per i produttori si profilano tempi grami, ma l’effetto di sistema è senza alcun dubbio positivo.

Tatticamente rimaniamo positivi di azionario ma sconsigliamo, alla vigilia di eventi dall’esito binario come le votazioni greche o il Qe del 22 gennaio, di fare puntate alte. Rimaniamo positivi sul dollaro.

Quanto al petrolio, le prime reazioni spavalde di molti produttori statali e privati (rimarremo profittevoli anche a 60 o a 50 dollari) fanno pensare che la soglia del dolore vero, quello che fa cancellare nuovi progetti o addirittura chiudere attività marginali, non sia ancora stata raggiunta e si trovi quindi più in basso. Qualcuno dovrà insomma ritirarsi dal gioco prima che il prezzo si stabilizzi e poi torni a salire. Per questo non ci scalda il cuore il fatto che i titoli del settore siano a sconto sul prezzo del greggio e sul valore di libro.

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.



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