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KALAALLIT NUNAAT Ci sono forme di vita anche fuori dall’Unione Europea

I paesi membri dell’Unione Europea sono saliti di numero nel corso dei decenni, ma l’Unione di oggi, osservata sulla carta geografica, è più piccola della Cee del 1962 o della Comunità del 1985………

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Alessandro Fugnoli – Kairos Partners SGR


Nel dichiararsi indipendente dalla Francia, di cui era stata giuridicamente parte integrante e non colonia, l’Algeria lasciò la Comunità Europea nel 1962 dopo sette anni di guerra (contro i francesi, non contro l’Europa) e aderì immediatamente all’Organizzazione per l’Unità Africana.

Meno cruenta, ma comunque travagliata, fu l’uscita della Groenlandia che in Europa, a dire il vero, non ci era mai voluta entrare. Contea autonoma del regno di Danimarca, l’isola partecipò nel 1973 al referendum sull’entrata nella Cee votando al 70.3 per cento per restarne fuori. La Danimarca nel suo complesso tuttavia aderì e i groenlandesi, che da sempre vivevano di pesca, videro realizzarsi le loro paure sotto forma di pescherecci europei che invasero le loro acque. Conquistata la devoluzione di altri poteri nel 1978, i groenlandesi non attesero a lungo prima di organizzare un nuovo referendum sull’Europa, questa volta solo locale. Fu così che, nel 1982, il 52 per cento degli elettori votò per l’uscita.

I groenlandesi non sono tanti. Sono 56mila, esattamente come gli abitanti di Foligno. La loro economia è molto meno diversificata di quella di Foligno, fondandosi esclusivamente sulla pesca. Per queste ragioni i negoziatori che si recarono nel 1982 a Bruxelles per le pratiche di divorzio si aspettavano un negoziato semplice e veloce. Non fu così. Ci vollero più di cento riunioni e tre anni di fatica prima di raggiungere un accordo. I tecnocrati europei furono all’inizio increduli (Siete matti? Tutti vogliono entrare e voi volete uscire?) e imposero negoziati estenuanti, sicuri che i loro interlocutori si sarebbero ricreduti. I tecnocrati erano naturalmente convinti di fare il bene dei groenlandesi. I tedeschi, in particolare, pensavano che l’isola dipendeva troppo da un solo settore e che, ridimensionando la pesca, l’Europa li avrebbe spinti a diversificarsi.

I groenlandesi, in larga parte eschimesi o eschimesi-danesi, erano però un po’ stanchi di sentirsi dire che cosa fare da amorevoli pianificatori seduti a migliaia di chilometri di distanza. Era ben presente nei loro occhi l’orribile Blocco P, un edificio brutalista che sfregiava la loro graziosa capitale e nel quale i pianificatori danesi, convinti che l’isola andasse urbanizzata, avevano deciso che doveva vivere l’uno per cento dell’intera popolazione groenlandese. Gli architetti di Copenaghen non avevano però pensato che in Groenlandia ci si veste pesante e così succedeva che gli abitanti non riuscivano nemmeno a entrare in casa perché le porte erano strette. Anche per questo i negoziatori dell’isola tirarono dritto e ottennero il divorzio nel 1985. Anche per questo, ottenuta nel 2008 la semi-indipendenza, abolirono il danese, ribattezzarono il loro paese Kalaallit Nunaat e fecero saltare con la dinamite il Blocco P.

Come hanno vissuto i groenlandesi dopo il 1985? Per molti anni male. Il collasso della pesca del merluzzo li ha colpiti duramente e la Danimarca ha dovuto aumentare le sovvenzioni all’isola. Poi è arrivata, negli ultimi anni, la scoperta di immensi giacimenti di petrolio offshore, che il crollo del prezzo del greggio ha però reso al momento antieconomici. Alla fine l’isola si è riavvicinata all’Europa e ha firmato nel 2012 un accordo di partnership economica con l’Unione, un discreto compromesso.

Ora moltiplichiamo la vicenda groenlandese per mille e abbiamo un’idea della complessità di Brexit. Gli esseri umani hanno imparato ad andare e tornare dalla luna in otto giorni e tre ore, ma gli accordi commerciali richiedono ormai dai dieci anni in su quando l’opinione pubblica è distratta e molto di più quando è attenta e ostile.

La geopolitica ci dice che la Groenlandia è terra americana (gli Stati Uniti nel 1946 offrirono cento milioni di dollari per comprarla, ma la Danimarca rifiutò) e che le isole britanniche sono per metà atlantiche e per metà europee. Nel lungo periodo, andando per tentativi ed errori, Regno Unito e Unione troveranno una formula di convivenza ottimale e riusciranno a dimenticare ostilità e rancore, ma i 27 anni che sono occorsi ai groenlandesi e agli europei per trovare alla fine un buon accordo sono un precedente che fa pensare.

La sterlina, negli anni, dovrà ancora svalutare. Gli investimenti esteri che fino ad oggi hanno finanziato il disavanzo delle partite correnti caleranno vistosamente. I giapponesi che hanno costruito i loro impianti automobilistici in Inghilterra apprezzano sicuramente la bellezza dei paesaggi e la certezza del diritto, ma solo se la loro produzione ha accesso all’Unione. Altrimenti, volendo, ci sono paesaggi bellissimi anche in Slovacchia.

Certo, il Regno Unito attutirà il colpo perché è flessibile. Avere abbassato le ratio patrimoniali delle banche una settimana dopo Brexit mostra velocità e intelligenza, così come è una mossa abile e corretta avere prospettato, da parte di Osborne, l’abbassamento della corporate tax al 15 per cento. Se il nuovo primo ministro sarà Theresa May (tanto flessibile e pragmatica quanto la Thatcher fu rigida) il dialogo con l’Unione sarà meno difficile.

Che cosa fa invece l’Europa, colpita anch’essa da Brexit? Si attiene alle regole invece di attenersi alla realtà, ma fa anche un di più non richiesto dalle regole quando richiede alle banche italiane un’accelerazione drastica delle misure di risanamento di bilancio rispetto a quanto già concordato, come fece la Federal Reserve nel 1930-32 con le banche malate e con i risultati ben noti. Si noti che la carie delle sofferenze bancarie è stabilizzata e che quello che rischia di essere destabilizzante adesso è l’atmosfera da bail-in incombente.

In sintesi, Brexit avrà un costo elevato, ma diluibile nel tempo. Questo costo potrà essere alleggerito con politiche anticicliche (UK) o appesantito da politiche procicliche (Europa). Per fortuna in questo momento gli Stati Uniti stanno andando abbastanza bene e la Cina riesce a svalutare senza creare drammi nei mercati. Il rinvio a data da destinarsi (dicembre o l’anno prossimo) del rialzo dei tassi americani dà ulteriore tranquillità a Wall Street e agli emergenti.

Di conseguenza è su dollaro, Wall Street ed emergenti ( e oro su debolezza) che conviene parcheggiare nei prossimi mesi in attesa che l’Europa febbricitante trovi un minimo di calma. Non ci aspettiamo particolari rialzi degli asset su cui puntiamo, ma quanto meno una relativa tranquillità. In Europa c’è valore, ma prima di comprare sarà il caso di vedere se il seguire le regole ci porterà verso nuove strane avventure o no.

 

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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