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L’era degli ETF

In questo editoriale ci occupiamo del mercato degli Exchange Traded Funds, lo strumento finanziario scelto da MoneyFarm per la costruzione dei portafogli consigliati ai nostri clienti….

a cura di Claudio Barberis, Head of Asset Allocation MoneyFarm.com

 


 

L’occasione è data dal fatto che negli ultimi anni le masse raccolte dall’industria degli ETF a livello globale sono cresciute velocemente, il numero di prodotti quotati continua a crescere e gli utilizzatori sono via via più numerosi e diversificati.

Nel grafico sottostante vediamo la crescita dell’industria a livello globale per numero di asset (2,4 trilioni di dollari) e numero di prodotti a marzo 2014.

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Si consideri che una misura di tutti i titoli globali quotati, azioni, obbligazioni, listed private equity e real estate è di circa 90 trillioni di asset (“The global multi-asset portfolio 1959-2012”, Doeswijk-Lamm-Swinkels), per cui si può ragionevolmente pensare che nell’arco di quache anno gli Exchange Traded Product deterranno nei loro portafogli il 3% dei mercati globali. Se si considerano solo i prodotti di risparmio gestito, analisi

dell’Economist indicano la quota di mercato degli ETF all’11% dell’asset management globale.

Un altro dato interessante è la distribuzione degli emittenti, sempre su scala globale. In questo caso si nota una forte concentrazione delle masse in mano agli emittenti maggiori.

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A fine 2013, secondo dati Deutsche Bank, il 72% degli asset investiti in ETF era domiciliato negli Stati Uniti, solo il 18% in Europa.

L’utilizzatore tipo di ETF a livello globale resta ancora di tipo istituzionale e questo si nota soprattutto per quanto riguarda l’Europa. Si può però dire che sia dal lato degli emittenti, sia da quello dei consulenti e dei clienti finali, si sta ormai notando un forte incremento dell’utilizzo e della domanda di questi strumenti da parte di clientela retail, per portafogli sia piccoli sia di grandi dimensioni.

Gli ETF sono strumenti che per natura replicano un indice di riferimento, comprando i titoli che lo compongono o utilizzando strumenti derivati. Sempre su scala globale, il 63% degli ETF emessi replica indici azionari, il 17% replica indici obbligazionari e il resto del mercato riguarda ETF su valute, exchange traded commodities, prodotti multiasset o alternativi.

In termini di “universo investibile”, attraverso gli ETF oggi gli investitori globali possono raggiungere la gran parte dei mercati regolamentati globali.

La crescita dell’industria degli ETF è ben accolta anche dai consulenti finanziari indipendenti, perchè lo strumento permette di avere un accesso veloce, a costo basso, trasparente e liquido alle principali piazze finanziarie globali. Allo stesso tempo l’industria degli ETF sta attirando critiche e attacchi da parte dell’industria tradizionale dell’asset management e di gestori “attivi” in genere.

Vediamo alcune di queste critiche e il nostro parere al riguardo.

La critica principale e più antica viene dai gestori attivi, secondo cui la replica passiva di un indice di riferimento non garantirebbe performances competitive con quelle che si possono ottenere gestendo attivamente singole posizioni. In realtà statistiche storiche dimostrano che sono pochi i gestori attivi in grado di battere il mercato di riferimento e che questi gestori attivi sono difficili da individuare “ex-ante”: questo significa che ogni anno ci saranno gestori attivi bravi, con performances migliori dell’indice di riferimento e degli ETF, però difficilmente saranno gli stessi gestori in grado di battere il mercato l’anno prossimo.

Un’altra critica, più sottile, riguarda il fatto che gli ETF, essendo strumenti passivi, comprano tutto quanto c’è in un indice senza filtri di alcuni tipo, di fatto portando il cliente a comprare “quello che comprano tutti”, senza distinzione. Questo porterebbe gli ETF ad essere coinvolti in tutte le bolle di mercato o euforie di vario tipo, magari anche alimentandole. Nessuno però ha ancora dimostrato la capacità dei gestori attivi (o degli analisti e delle banche centrali) di individuare in modo certo eventuali bolle di mercato ed evitarle. Sotto questo aspetto pertanto gli ETF non rappresentano un rischio maggiore o minore di quello rappresentato dai gestori attivi. Come visto all’inizio, gli ETF arrivano a rappresentare appena il 3% dei mercati globali, pertanto difficilmente possono essere visti come la causa di bolle o episodi di euforia.

Sullo stesso ordine di argomenti, gli ETF vengono accusati di portare “troppa” liquidità su mercati per natura illiquidi. Su alcuni mercati emergenti di frontiera è infatti capitato che alcuni ETF diventassero lo strumento più liquido e quindi più usato, al punto da convogliare la parte maggiore di transazioni su quel mercato, decretandone la salita o la discesa solo in funzione di flussi di investimento sull’ETF da parte di investitori domiciliati chissà dove nel mondo. Su questo punto val la pena dire che sta all’investitore (o meglio al suo consulente indipendente) essere consapevole che l’acquisto di ETF su mercati di nicchia o molto esotici implica una serie di rischi ben precisi legati a questo tipo di mercati. Lo stesso rischio però si può correre quando si compra un fondo gestito attivamente specializzato su mercati di nicchia: la crisi del debito ucraino ha causato non poche notti insonni ai sottoscrittori di un fondo americano molto grande e con in portafoglio una grossa fetta del debito di quel paese.

Per concludere, alcune considerazioni su quale direzione a nostro avviso prenderà l’industria degli ETF nei prossimi anni.

Come si vede dal primo grafico presentato nell’editoriale, il numero di ETF è oggi molto elevato. Su singole asset class, come ad esempio l’azionario europeo, sono quotati decine di ETF. Dal momento che un ETF grande è spesso anche quello più liquido, è fisiologico che si vada verso una maggiore concentrazione a livello di prodotti. I prodotti più piccoli e illiquidi verranno delistati o assorbiti in altri più grandi.

Per quanto riguarda gli emittenti, si osserverà forse un fiorire di emittenti specializzati su alcuni mercati o settori specifici, dove la concorrenza dei players maggiori è meno forte e dove un emittente specializzato può offrire ancora valore (ad esempio su mercati come le valute, le materie prime o indici alternativi).

Tra i nuovi ETF in arrivo sul mercato, si avrà un ruolo progressivamente più importante per quelli cosidetti “smart beta”. Si tratta di ETF che seguono indici non tradizionali, ma costruiti per investire sul mercato seguendo criteri nuovi: è il caso di indici che invece di pesare le azioni in base alla capitalizzazione di mercato utilizzano criteri quali il fatturato o la generazione di cassa. Questi ETF permetteranno forse di mitigare l’effetto “gregge” di cui si è parlato in precedenza a proposito di bolle o settori euforici.

Difficilmente gli ETF potranno andare a presidiare il settore degli investimenti alternativi (ad esempio gli hedge fund), perchè spesso la caratteristica di questi ultimi è principalmente quella di estrarre valore da posizioni illiquide o da arbitraggi non facilmente replicabili da fondi aperti come gli ETF.

Negli Stati Uniti infine stanno prendendo piede ETF Multiasset, ossia prodotti che di fatto contengono al loro interno una diversificazione per asset class. In questo caso però la definizione del peso delle asset class è frutto di scelte attive e quindi l’ETF MultiAsset presuppone una parte di gestione attiva o per lo meno sistematica.

Per concludere, l’industria degli ETF, pensata e nata negli anni ’70, sta ora maturando e conquistando quote di mercato via via maggiori. Le critiche al prodotto ETF sono per il momento prive di fondamento e non tali da precludere una crescita ancora forte di masse e partecipanti a questa industria.

Tra le sorprese positive dei prossimi anni si potrebbe vedere una maggiore e sempre più consapevole partecipazione del segmento retail, magari con l’aiuto di consulenti indipendenti e di una legislazione che incentiva la trasparenza e la competizione commissionale.

 

Fonte:ETFWorld.it – MoneyFarm

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