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NOMADI INCURSORI Da Genghiz Khan a Kyle Bass, dalle steppe alla grande Pechino

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Alessandro Fugnoli – Kairos Partners SGR


Nello spirito di questa celebre frase (che Voltaire non pronunciò mai e che Evelyn Hall inventò nel 1903 per sintetizzarne il pensiero) vorremmo spendere qualche momento per difendere i diritti e l’immagine degli short, i ribassisti che vendono quello che non hanno e puntano a una discesa delle quotazioni per potere ricomprare più in basso.

Difendere i ribassisti è particolarmente difficile in momenti come questo. Alcuni di loro assomigliano ad Attila, a Genserico o a Genghiz Kahn e sembrano cavalcare nel vento dalle steppe dell’Asia centrale per mettere a ferro e fuoco le nostre belle città. Sanno che non saranno ricordati per quello che hanno costruito e forse nemmeno per quello che hanno distrutto, ma per qualcosa di molto più profondo e che è la materia prima di cui vivono, la paura che riescono a incutere.

La paura spiega la velocità con cui i nomadi predatori hanno piegato vasti e consolidati imperi. Il sistema di conquista è sempre lo stesso. Dopo avere distrutto la prima città lungo il cammino e ucciso tutti gli abitanti, si chiede alla città successiva se preferisce arrendersi o subire la stessa sorte. La seconda città si arrende e da quel momento in avanti l’invasore appare invincibile e inarrestabile. Sono le stesse vittime a lavorare per lui, passando dalla sua parte e provocando un effetto domino.

Il secondo fattore sfruttato dagli invasori è il senso di invincibilità degli invasi nel momento in cui questi hanno in realtà smesso di volere combattere e delegato a mercenari la difesa delle loro frontiere per vivere una vita agiata e compiaciuta nelle loro grandi capitali. Né il limes romano né la Grande Muraglia cinese, meraviglie dell’ingegneria, riescono però a difendere gli imperi nel momento in qui questi si sono già indeboliti dall’interno. Anche senza Attila e Genghiz Kahn, la Romània e la Cina sarebbero state messe in ginocchio da rivolte contadine e si sarebbero presto frantumate in potentati locali controllate da signori della guerra.

Sulle orme dei mongoli che nel 1215 radono al suolo la grande e prospera Pechino difesa inutilmente da 100mila soldati e dei mancesi (Tungusi originari della Siberia orientale), che la conquistano nel 1644 per governarne l’impero fino al 1912, Kyle Bass e alcuni altri gestori di hedge fund intendono oggi mettere in ginocchio la Cina difesa dalla sua nuova muraglia, i 3.2 trilioni di dollari di reserve valutarie. Il loro obiettivo è una svalutazione del 30 per cento del renminbi. Altri, sulle orme di Attila, si volgono verso occidente e provano a mettere in ginocchio le banche europee.

Gli short non nascono con strani segni sulla pelle, ciocche di capelli di colori diversi o dita unite, segni tradizionali del Maligno. Molti di loro sono, come i mancesi Qing, nomadi diventati stanziali. Sanno essere guerrieri da short e trasformarsi quando occorre in contadini long che coltivano i loro giardini per ricavarne anche solo un dividendo. Tra un hedge fund tradizionale (60 per cento al rialzo, 40 al ribasso) e il Kynikos Fund (si noti il nome) del rispettato e serio James Chanos (60 short e 40 long) non c’è del resto una differenza così grande.

Quello che però rende gli short così agili è l’abitudine a una vita rischiosa e difficile. Chi è rialzista tende spesso a mettere nel dimenticatoio un titolo su cui perde e a pensare ad altro. La perdita di un rialzista, anche se a leva, è infatti precalcolabile, perché il suo titolo, male che vada, andrà a zero. La perdita di un ribassista è invece potenzialmente infinita e non è quindi precalcolabile. Questo abitua lo short a una gestione molto attenta del rischio e lo obbliga a non distrarsi mai e a colpire solo in punti e in momenti precisi. In questo il contadino long, abituato al ritmo lento e regolare delle stagioni e al raccolto dei dividendi, ha solo da imparare dal pastore nomade short. Il contadino è meno attrezzato psicologicamente per un raro anno di siccità (o di crash) di quanto il nomade non lo sia per lunghe serie di anni di vita grama.

In ogni caso gli short si legittimano socialmente esattamente come i long. Entrambi, infatti, si dichiarano funzionari e sacerdoti dell’ottimale allocazione del capitale. I rialzisti abbassano il costo del capitale per le società che ritengono meritevoli e i ribassisti lo alzano per quelle che ritengono poco meritevoli.

Alla fine un rialzista compra, vende, ricompra, rivende all’infinito. Un ribassista vende, compra, rivende e ricompra all’infinito. A parte la prima e l’ultima operazione della serie, tutte le altre sono dello stesso segno.

E come i grandi imperi sono spesso crollati anche senza invasori (si pensi all’Unione Sovietica), molti grandi rialzi sono spesso implosi anche senza ribassisti. L’amministrazione Nixon abolì, su pressione dei produttori preoccupati per la discesa dei prezzi, il contratto future sulle cipolle, ma questo non servì ad arrestare il ribasso o i successivi rialzi, in linea con quelli delle altre derrate agricole dotate di future. Il minerale di ferro e la potassa sono da tre anni in un pesantissimo bear market senza che i ribassisti li abbiano mai toccati.

Quanto ai danni provocati dai predatori ribassisti a grandi masse di innocenti, ricordiamo che anche i rialzisti, ogni tanto preda di entusiasmi inconsulti o di scelte politiche dissennate, hanno prodotto allocazioni di capitale disastrosamente subottimali, pagate poi con ondate di fallimenti e perdite di posti di lavoro. La fine della bolla tecnologica nel 2000 non fu provocata dai ribassisti, ma dal fatto che molte società inondate da capitale producevano solo perdite. La fine della bolla immobiliare nel 2008 va fatta risalire alla scelta politica di dare a tutti una casa di proprietà, spingendo le banche (che poi ci misero del loro) a prestare soldi a chiunque. I ribassisti bucarono la bolla con i loro spilli, ma tutto sarebbe scoppiato lo stesso.

Detto questo, il 2016 si profila come un anno controllato dai ribassisti. Questo non significa ancora (o non significa necessariamente) che si concluderà con chissà quali ribassi. Vuol dire semplicemente che i ribassisti controllano il gioco, vendono quando vogliono loro e ricomprano quando vogliono loro. Gli altri sono spettatori passivi. Nell’agosto scorso non era difficile incontrare qualche compratore, oggi nessuno compra (se non le società americane che fanno buy back) e nessuno dice di comprare.

In questo 2016 i ribassisti hanno a disposizione un’eccezionale serie di spauracchi da agitare. I rialzi della Fed (in teoria otto, tra 2016 e 2017), Brexit in giugno, le elezioni americane in novembre. Come basso continuo hanno a disposizione le (sempre meno) alte valutazioni, la Cina misteriosa su cui da Marco Polo in qua fioriscono regolarmente le leggende più inverosimili, il petrolio che si trascinerà dietro lutti e rovine e le banche europee, i cui regolatori (tranne la Bce) sembrano solo ansiosi di divorare i soldi di azionisti, obbligazionisti e correntisti.

Nonostante questo, il mondo visto dalle banche centrali non è così preoccupante. Il 2015, nel suo complesso, ha visto una crescita americana dell’1.75 per cento rispetto al 2014 nel suo complesso. L’1.75 è esattamente il livello di crescita potenziale (cioè non inflazionistica) calcolato dalla Fed per gli Stati Uniti. L’obiettivo è, per i prossimi anni, di stabilizzare la crescita su questo livello e abbassare a 100mila il numero di nuovi posti di lavoro al mese, in modo da evitare l’inflazione salariale. Per questo la Fed intende alzare i tassi dolcemente.

L’Europa, anche con un euro in temporaneo recupero, dovrebbe comunque riuscire a crescere un po’ di più dell’anno scorso. La Cina non sembra certo orientata verso politiche restrittive. Quanto alle fughe di capitale, una parte importante appare sempre più costituita dal rimborso anticipato dei debiti in dollari contratti dalle imprese. Ogni dollaro che esce dalla Cina per questo è un dollaro in meno di reserve, certo, ma è anche un dollaro in meno di debito delle imprese verso l’estero. Chi agita lo spauracchio delle reserve in calo dovrebbe per correttezza considerare anche il lato positivo.

E ora una domanda a bruciapelo. Come si chiama il segretario al Tesoro degli Stati Uniti? Qualcuno sa come passa le sue giornate? C’era un tempo in cui il segretario al Tesoro era potentissimo e disegnava strategie fiscali e accordi valutari con il mondo intero. Oggi sembra tutto appassito. Da ottimisti, tuttavia, non escludiamo l’ipotesi che un mini Plaza (il Plaza fu uno storico accordo, era il 1985, per indebolire il dollaro) sia già in vigore da qualche tempo, anche se solo di nascosto.

Un modesto indebolimento del dollaro dà ossigeno agli emergenti, alla Cina e all’America stessa che, ricordiamo, fa da perno del mondo e non può rallentare troppo se si vuole evitare un avvitamento generale. Poiché la coperta è stretta, tirarla dal lato cinese e americano significa lasciare scoperti Giappone ed Europa. Questo porta a pensare a risposte monetarie ancora più aggressive da parte della Bce e, augurabilmente, a parole e azioni di sostegno nei confronti delle banche europee.

Sulle banche è arrivato il tempo di finirla con le multe distruttive con cui gli Stati Uniti tengono per il collo la Germania (Volkswagen, Deutsche Bank) e la obbligano in questo modo ad allinearsi in Ucraina. È arrivato anche il tempo in cui le innumerevoli burocrazie europee dovrebbero smettere di pensare di prevenire la prossima crisi bancaria sulla carta per provocarne una nella realtà. Rafforzare il capitale va bene, coinvolgere gli obbligazionisti nei salvataggi può essere giusto, conteggiare il rischio sovrano nei portafogli delle banche può avere un senso, imporre di valutare le sofferenze al prezzo di svendita con pistola alla tempia può essere suggestivo. Fare tutto insieme e tutto subito in un momento non brillante e condirlo con l’applicazione implacabile del VaR e la chiusura, uno dopo l’altro, dei desk che generano rischio, ma anche profitti, significa lavorare giorno e notte per i ribassisti.

I quali mettono il dito nella piaga e la infettano, ma sempre sfruttando il fatto che la piaga c’era già. Ora, con un minimo di volontà politica e di visione la piaga è risanabile, ma questa volontà è bene manifestarla, almeno ogni tanto.

Concludiamo con l’ultimo dato americano, appena uscito, sulle richieste di sussidi di disoccupazione, l’indicatore settimanale per avere in tempo reale il polso dell’economia. È un dato molto buono e non fa certo pensare a un’economia in recessione. Pensiamo a queste cose prima di farci spaventare più del dovuto da Attila e dai suoi Unni.

 

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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