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SPEND, SPEND, SPEND. Se Vivian Nicholson prendesse il posto della Merkel

La sera del 21 settembre 1961 la cittadina mineraria di Castleford, nel cuore della regione carbonifera dello Yorkshire, è immersa nella sua ordinaria tristezza. Vivian Nicholson guarda la televisione dopo una dura giornata di lavoro……

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 Alessandro Fugnoli – Kairos Partners SGR


Viv ha 25 anni e tre figli. Guadagna come cameriera 7 sterline alla settimana, esattamente come il marito minatore. L’Inghilterra è un paese impoverito da due guerre e dalla difesa orgogliosa di un grande impero che ha finito di andare in pezzi e si è dissolto proprio nei mesi precedenti. Il razionamento alimentare è terminato da pochi anni, ma frugalità e austerità continuano ad accomunare tutte le classi sociali.

La televisione comunica il biglietto vincente della lotteria. I Nicholson hanno un sobbalzo. Per due ore perquisiscono la loro casa. Alla fine trovano il tagliando nella tasca posteriore dei pantaloni di lui. Hanno vinto 152mila sterline, l’equivalente di tre milioni di oggi.

Passano la notte senza chiudere occhio. Passano svegli anche la seconda notte. Il terzo giorno Vivian chiama la banca e prende il treno per Londra. All’arrivo vede tantissima gente in stazione e si stupisce perché non è ora di punta. E infatti non sono pendolari, ma cronisti e fotografi di tutta la stampa del regno. Tra i flash qualcuno le chiede che cosa farà di tutti quei soldi. Vivian si concentra un momento, regala un grande sorriso e risponde “Spend, spend, spend”.

La morale vittoriana crolla per sempre in quel preciso momento. Non sono i Beatles, che sono ancora ad Amburgo a cantare per due soldi. Non è Mary Quant che inventerà la minigonna tre anni più tardi. Non sono movimenti intellettuali o politici. A cambiare il corso della storia dell’Occidente è una proletaria anticonformista, allegra e vivace a cui non passa nemmeno un attimo per la testa l’idea di tenere qualcosa da parte per la vecchiaia o di esercitare un po’ di filantropia come la morale vittoriana prescriverebbe in questi casi.

Vivian è di parola. Compra una casa, vestiti di ogni tipo e una macchina sportiva che cambia ogni sei mesi. È inarrestabile. Nel 1965 iniziano i guai. Il marito si schianta in macchina in autostrada. La vedova scopre che sono rimaste solo 30mila sterline, cerca di rifarsi in borsa e perde tutto. La discesa agli inferi è degna di una morality play medievale. Tre nuovi mariti le muoiono uno dopo l’altro. Le cause legali sono tutte perdute. Per sopravvivere Vivian prova a cantare in locali di striptease, ma non resiste a lungo. La canzone si intitola Spend, Spend, Spend, proprio come un musical ispirato alla sua storia, da cui lei peraltro non guadagna nulla.

Passano gli anni e i decenni. Arriva e passa la Swinging London, la Gran Bretagna sprofonda nei debiti, la Thatcher chiude le miniere di carbone e Soros dà il colpo di grazia alla sterlina. Vivian si dà all’alcool e vive di ricordi. Oggi è Testimone di Geova, ha ritrovato un equilibrio ed è di nuovo brillante e combattiva. Per strada la riconoscono ancora. Lei è Spend, Spend, Spend, non è vero?

Oggi l’Europa è immersa nella tristezza come la Castleford del 1961, ma senza la severa grandezza della generazione che aveva combattuto la guerra e salvato l’Europa dal nazifascismo. Al posto della morale dei Vittoriani ci guida la motivazione sportiva di Merkel e Schauble, che vogliono passare alla storia come le due figure che hanno azzerato il disavanzo pubblico e iniziato a ridurre in modo deciso il debito tedesco. È da anni che ci lavorano, è il sogno di una vita e se qualcuno chiede loro di spendere, spendere, spendere per salvare l’euro si sentono come l’alpinista a pochi metri da una grande cima inviolata cui venga chiesto di tornare subito indietro perché a casa hanno bisogno di lui.

In nome dei suoi feticci sulla spesa pubblica la Germania accetta di crescere poco, di avere autostrade intasate a quasi tutte le ore del giorno, di sprecare energia per mancanza di grandi linee di trasmissione, di avere una debole crescita della produttività, bassa scolarità e investimenti insufficienti. La giustificazione è che in Europa, continente di cicale, ci vuole qualcuno che dia l’esempio e faccia da ancora. Senza ancoraggio il merito di credito europeo calerebbe bruscamente e tutti i tassi del continente sarebbero più alti. Era vero una volta, forse, ma in tempi di banche centrali che tengono i tassi bassi monetizzando il debito il discorso non vale più.

Fa effetto vedere Paul De Grauwe, un economista liberale fiammingo che ha speso la sua vita per l’Europa, sprofondare nel pessimismo e dirsi certo che l’euro non sopravvivrà a lungo. De Grauwe, un tempo mercatista, dopo la Grande Recessione ha aperto al ruolo dello stato come contrappeso anticiclico della volatile emotività dei privati. Il problema, dice, è che in Europa la politica ha funzionato in senso ciclico, aggravando i problemi, come nel 2011, invece di attenuarli.

La crisi europea di oggi è più grave di quella del 2011-2012. Lo spread, alto allora e basso oggi, è un indicatore di volontà politica, non di salute strutturale. E la salute si è deteriorata. La Germania, con la sua ricetta di svalutazione interna da parte delle cicale, poteva anche avere ragione tre anni fa. Di fronte però a pazienti recalcitranti (Italia e Francia) che si sono curati malissimo (molte tasse e niente tagli) o non si sono curati affatto bisogna avere un piano B. La Germania non ha un piano B e al massimo concede dilazioni fiscali e aggiramenti d’ostacolo monetari attraverso la Bce, cui peraltro mette continuamente i bastoni tra le ruote.

Certo, la posizione della Merkel è molto difficile. I liberali si sono estinti e al loro posto è spuntato come un fungo un partito antieuro come Alternative fur Deutschland. Non bastasse, nella Cdu si è formata una fronda di falchi, il Berliner Kreis, che accusa la Merkel di non avere colto il grido di dolore che si leva dal paese sulla perdita di sovranità e su costi causati dall’euro.

Dovremo quindi abituarci a un indurimento di toni da parte di Merkel, Schauble e Weidmann e sperare che si tratti solo di atteggiamenti di facciata seguiti all’ultimo momento da improvvise flessibilità.

Prigioniera dei suoi tabù, l’Europa finirà con il prodursi ancora una volta in programmi particolarmente contorti e bizantini. Incapace di chiamare con il suo nome il debito federale, che evoca fantasmi di mutualizzazioni, l’Eurozona stiracchierà al massimo i suoi fondi salvastati e salvabanche, farà loro emettere grandi quantità di debito che sarà poi comprato dalla Bce. Facendo un po’ di fumo di copertura si spera di distrarre l’opinione pubblica. Sarà però difficile fare accettare questa forma mascherata di Quantitative easing e di debito federale agli agguerriti economisti e giuristi che guidano Alternative fur Deutschland.

 Sia chiaro, la spesa in infrastrutture pubbliche funziona bene solo quando è circoscritta nel tempo e negli obiettivi, come le Interstate americane volute da Eisenhower o l’Alta Velocità francese sotto Pompidou e Giscard. Se diventa ricorrente e dispersa abbassa progressivamente, invece di alzarla, la produttività di sistema. Di fronte al male estremo di un’Europa che non riesce a risollevarsi dopo sette anni di crisi si può tuttavia accettare qualsiasi salvagente venga buttato in acqua, pur nella consapevolezza che un salvagente può guadagnare tempo, ma non è una soluzione strutturale.

Per quanto siano gravi i problemi europei, l’Eurozona riuscirà a sopravvivere anche al prossimo giro. Ottobre si chiuderà con un Grand Bargain in versione bonsai. La Bce metterà sul tavolo euro debole, Abs e Tltro. La Germania chiuderà un occhio sugli sfondamenti fiscali e chiederà in cambio riforme strutturali. La Commissione metterà i 300 miliardi di investimenti promessi da Junker.

Tutto bene, sulla carta. Il problema è che, come al solito, le cicale prometteranno mari e monti con la ferma intenzione di mantenere gli impegni il meno possibile. La Germania, dal canto suo, farà finta di credere alle loro promesse. Il clima di incertezza non si dissolverà.

L’aspetto più notevole di questi nostri tempi è la divergenza tra la fiducia diffusa nei mercati finanziari e la sfiducia in chi dovrebbe investire in attività produttive. I governi, del resto, non contribuiscono molto a rassicurare le imprese. Nelle ore pari proclamano a gran voce la volontà di detassarle, in quelle dispari si scatenano contro le multinazionali, dichiarano aperta la caccia alla tax inversion e definiscono elusiva qualsiasi loro mossa.

Il bull market azionario è stanco. Le idee sono sempre meno e si procede con il pilota automatico dei buy back. È possibile che la stanchezza sia la forma, tutto sommato benigna, assunta quest’anno dalla correzione d’autunno.

Restiamo lunghi di dollari e di borse (nonostante tutto).

E coltiviamo il sogno segreto e impossibile che la cancelleria di Berlino sia affidata per qualche mese a Vivian Nicholson.

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.



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